cardiovascolare

Aderenza a SGLT2 in MG

Aderenza alla terapia con SGLT2: primo anno di terapia

Dati del database aggregato AFT (Pisa), prescrizioni fino al 23/07/2026. Analisi osservazionale.

Messaggio principale. Circa 4 pazienti su 10 non sono aderenti alla terapia con SGLT2 nel primo anno. Lo scompenso è associato a maggiore aderenza, anche a parità di età e sesso. La stima è ancora incerta e richiede verifiche.

1. Obiettivo

Misurare l’aderenza alla terapia con SGLT2 (ATC A10BK) nel primo anno dopo la prima prescrizione, e capire quali caratteristiche dei pazienti si associano a una maggiore o minore aderenza.

2. Metodo

Coorte. Pazienti con almeno una prescrizione di SGLT2 e almeno 365 giorni di osservazione dalla prima prescrizione: 476 pazienti, assistiti da 7 medici.

Misura di aderenza. Copertura cumulativa nei 365 giorni dalla prima prescrizione (MPR):

  • confezioni da 30 compresse;
  • giorni coperti = compresse dispensate × 30 / compresse al giorno;
  • se la dose giornaliera manca, si assume 1 compressa al giorno;
  • le prescrizioni sovrapposte vengono riportate in avanti.

Aderente se MPR ≥ 0,80. Fine osservazione: 23/07/2026, ultima prescrizione SGLT2 nei dati.

Definizioni dei gruppi.

  • Diabete: diagnosi (ICD-9 250 o testo “diabet”, esclusi insipido, familiare e gestazionale) oppure altri farmaci A10 diversi da SGLT2.
  • Scompenso: diagnosi (ICD-9 428 o testo “scompens”) oppure beta-bloccanti (bisoprololo, carvedilolo, nadololo).

Persistenza. La persistenza misura per quanto tempo il paziente resta in terapia prima di interromperla; l’aderenza misura invece quanta parte del periodo è coperta dal farmaco. Coorte, copertura e metodo di calcolo sono descritti nella sezione 3.9.

Analisi. Test di Fisher e chi-quadrato con correzione di Yates per i confronti grezzi; regressione logistica per i confronti aggiustati; età calcolata al 23/07/2026.

3. Risultati

3.1 Aderenza complessiva

286 pazienti su 476 (60,1%) sono aderenti nel primo anno. Il 40% non raggiunge la soglia.

Stato a 180 giorni, su 548 pazienti con almeno 180 giorni di osservazione (dati forniti dal medico, non ricalcolati): attivi 220 (MPR medio 0,97), sospesi 53 (0,67), interrotti 275 (0,34). Sospesi o interrotti: 328 su 548 (circa 6 su 10).

3.2 Confronti grezzi

Confronto Aderenza p
Uomini vs donne 62,9% vs 55,2% 0,12
Diabete sì vs no 58,6% vs 66,0% 0,24
Scompenso sì vs no 63,4% vs 54,9% 0,08

Nessun confronto grezzo raggiunge p < 0,05. I valori non sono aggiustati per età.

3.3 Quattro gruppi incrociati

Gruppo Pazienti Aderenza
Diabete e scompenso 208 61,5%
Solo diabete 174 55,2%
Solo scompenso 84 67,9%
Né l’uno né l’altro 10 50% (campione troppo piccolo)

3.4 Modello aggiustato sulla coorte completa (476 pazienti)

Variabile OR IC 95% p
Maschio vs femmina 1,35 0,92–1,99 0,13
Diabete sì vs no 0,83 0,50–1,36 0,45
Scompenso sì vs no 1,56 1,03–2,37 0,035
Età (per decennio) 0,87 0,73–1,02 0,09

3.5 Confronto diretto: solo scompenso vs solo diabete (258 pazienti)

  • Grezzo: OR 1,72 (IC 95% 0,99–2,96), p 0,06–0,07.
  • Aggiustato per età e sesso: OR 2,23 (IC 95% 1,24–4,03), p = 0,008.
  • Gli scompensati puri sono più anziani (79,7 anni contro 72,1). L’età riduce l’aderenza (OR 0,73 per decennio, p = 0,008): aggiustando, la differenza cresce.

3.6 Contatti di cura

Contatti annui registrati (tutti i tipi): 33 per gli scompensati puri, 26 per i diabetici puri. Aggiungendo i contatti al modello, l’OR dello scompenso scende da 2,23 a 2,02 (IC 95% 1,10–3,71, p = 0,023). Ogni 10 contatti in più all’anno: OR 1,23 (IC 95% 1,05–1,43, p = 0,009). I contatti spiegano solo una parte dell’effetto dello scompenso.

3.7 Antimicrobici come possibile segnale di eventi avversi

Prescrizioni di almeno un antimicotico dopo l’inizio di SGLT2: 12,1% dei diabetici puri (21 su 174) contro 3,6% degli scompensati puri (3 su 84), p = 0,037. Antibiotici: 64% contro 54%, p = 0,10.

Il dato è coerente con micosi genitali come causa di interruzione nei diabetici, ma non è dimostrato: si tratta di prescrizioni, non di diagnosi.

Un’analisi complementare su una coorte con controlli (figure 1–3) è coerente con questo segnale: le infezioni fungine a un anno sono più frequenti con SGLT2 in tutte le fasce d’età (circa 9–12% contro 4–5% dei controlli).

Coorte SGLT2: antibiotici e antifungini a un anno, ed età dei gruppi
Figura 1. Coorte SGLT2: pazienti con almeno una prescrizione di antibiotici o antifungini a un anno dall’indice (sinistra) e distribuzione dell’età nei gruppi (destra). SGLT2 n = 466; controlli n = 3.052. Definizione dei controlli da specificare.
Bilanciamento dei gruppi prima e dopo il matching
Figura 2. Bilanciamento dei gruppi: differenza standardizzata media (SMD) prima e dopo il matching. La banda verde indica la soglia convenzionale di ±0,10. eGFR e HbA1c non sono inclusi nel modello di propensity: il loro squilibrio residuo va discusso.
Infezioni fungine per fascia d'età e odds ratio stratificati
Figura 3. Infezioni fungine per fascia d’età (sinistra) e odds ratio per strato (destra). L’effetto è omogeneo fra le fasce: OR 2,13 (< 65 anni), 2,82 (65–74), 2,04 (75+), stima complessiva 2,43.

3.8 Funzione renale

eGFR (CKD-EPI 2021, ultima creatinina prima del 23/07/2026) sul sottogruppo con valore valido (321 pazienti):

Gruppo Pazienti eGFR media eGFR < 60
Solo scompenso 64 63 48%
Solo diabete 106 74 38%
Diabete e scompenso 145 63 47%
Né l’uno né l’altro 6 51 67% (campione piccolo)

Con la eGFR nel modello, l’OR dello scompenso resta 1,48 (IC 95% 0,87–2,52, p = 0,15); l’OR per 10 ml/min di eGFR è 0,93 (p = 0,19). La funzione renale non spiega l’effetto dello scompenso; l’effetto non è più significativo nel sottogruppo, probabilmente per la riduzione del campione.

3.9 Persistenza in terapia

La persistenza misura per quanto tempo il paziente resta in terapia prima di interromperla. Completa l’aderenza, che misura quanta parte del periodo è coperta dal farmaco.

Metodo.

  • Coorte: tutti i pazienti con almeno una prescrizione di SGLT2 (614), senza il requisito dei 365 giorni di osservazione. Chi ha un follow-up più breve viene censurato.
  • Copertura: stesso calcolo dell’aderenza (confezioni × 30 / compresse al giorno, prescrizioni sovrapposte riportate in avanti).
  • Interruzione: più di 90 giorni senza farmaco dopo la fine di una scorta (periodo di tolleranza). La data di interruzione è la fine dell’ultima scorta prima del buco.
  • Censura: decesso, revoca (scartando le date segnaposto) o fine dei dati del medico, cioè la sua ultima prescrizione registrata di qualsiasi farmaco. La fine dati è definita per medico, perché per alcuni medici le registrazioni si interrompono prima di altri.
  • Analisi: stimatore di Kaplan-Meier con IC 95%; modello di Cox con errori standard robusti per medico.

Risultati

614 pazienti: 217 interruzioni (35,3%) e 397 censurati.

Tempo dalla prima prescrizione Persistenza IC 95%
3 mesi 86,8% 83,8–89,3%
6 mesi 81,8% 78,3–84,7%
12 mesi 70,9% 66,7–74,7%
24 mesi 59,1% 54,2–63,7%

Tempo mediano all’interruzione: 1.576 giorni (circa 4,3 anni).

Interruzioni precoci: 78 delle 217 interruzioni (35,9%) avvengono entro 90 giorni, pari al 12,7% di tutti i pazienti (circa 1 su 8).

Ripresa: 75 dei 217 pazienti che interrompono (34,6%) ricominciano la terapia in seguito. Si considera solo la prima interruzione.

Curva di Kaplan-Meier della persistenza alle glifozine
Figura 4. Curva di Kaplan-Meier della persistenza alle glifozine (tolleranza 90 giorni), con IC 95%. Le linee tratteggiate indicano 6, 12 e 24 mesi.

A 6 mesi la persistenza è allineata alla media degli studi osservazionali; a 12 e 24 mesi è nettamente più alta (confronto nella sezione 4).

Persistenza e aderenza. A un anno la persistenza (70,9%) è più alta dell’aderenza (60,1%). Le due misure sono coerenti: una parte dei pazienti resta in terapia, ma con buchi inferiori ai 90 giorni che abbassano la copertura sotto l’80%.

Analisi di sensibilità. Con una tolleranza di 60 giorni la persistenza scende al 65,9% a 12 mesi e al 53,7% a 24 mesi (mediana 900 giorni), ma resta sopra la media della meta-analisi. L’esclusione dei 6 pazienti revocati in blocco cambia le stime di meno di un punto.

Analisi N 12 mesi 24 mesi Mediana (gg)
Principale (tolleranza 90 gg) 614 70,9% 59,1% 1.576
Tolleranza 60 gg 614 65,9% 53,7% 900
90 gg, esclusi revocati in blocco 608 71,7% 59,8% 1.576
60 gg, esclusi revocati in blocco 608 66,6% 54,3% 902

Persistenza per gruppo clinico e funzione renale.

Gruppo N Interruzioni 12 mesi 24 mesi Mediana (gg)
Solo diabete 206 94 64,6% 53,9% 806
Solo scompenso 141 27 79,0% 72,4% non raggiunta
Diabete e scompenso 247 93 71,8% 57,1% 1.576
eGFR ≥ 60 187 66 71,3% 57,4% 1.181
eGFR < 60 144 35 74,5% 70,7% non raggiunta
eGFR mancante 283 116 68,8% 54,7% 878
Persistenza per gruppo clinico e per funzione renale
Figura 5. Persistenza per gruppo clinico (a sinistra) e per eGFR all’inizio della terapia (a destra), tolleranza 90 giorni.

I diabetici puri hanno la persistenza più bassa (64,6% a 12 mesi), gli scompensati puri la più alta (79,0%). Quasi metà dei pazienti (283 su 614, 46%) non ha una creatinina nell’anno precedente l’inizio della glifozina, che le linee guida chiedono prima di iniziare. L’eGFR è calcolato con CKD-EPI 2021 sull’ultima creatinina nei 365 giorni prima dell’inizio (fino a 30 giorni dopo).

Modello di Cox. Rischio di interruzione: 614 pazienti, 217 eventi, errori standard robusti per medico. HR > 1 indica maggior rischio di interrompere.

Variabile HR IC 95% p
Età (per 10 anni) 1,01 0,92–1,11 0,86
Maschio 0,91 0,72–1,16 0,45
Diabete 1,59 1,23–2,07 0,001
Scompenso 0,81 0,61–1,07 0,14
eGFR < 60 0,71 0,50–0,99 0,045
eGFR mancante 1,11 0,80–1,54 0,54

Il diabete è l’unico fattore chiaramente associato all’interruzione (HR 1,59), coerente con il dato sull’aderenza e con l’eccesso di antimicotici nei diabetici. Un eGFR < 60 si associa a una persistenza maggiore (HR 0,71, p = 0,045, al limite della significatività). Età, sesso e scompenso, a parità degli altri fattori, non mostrano associazioni significative.

Interruzioni precoci. Delle 78 interruzioni entro 90 giorni, 49 (62,8%) riguardano pazienti che non hanno mai ritirato oltre la prima prescrizione, pari all’8,0% di tutti i pazienti. Le altre 29 sono sospensioni dopo più prescrizioni; 23 di questi pazienti hanno poi ripreso la terapia. La maggior parte delle interruzioni precoci è quindi una mancata prosecuzione dopo la prima ricetta, più che una sospensione per il calo dell’eGFR o per effetti avversi.

4. Confronto con la letteratura

Persistenza a confronto

Tempo Questa coorte Meta-analisi Ofori-Asenso (gap ≥ 90 gg) Registro svedese HFrEF (Stolfo et al.)
6 mesi 81,8% 81,5% 86,9%
12 mesi 70,9% 58,9% 80,0%
24 mesi 59,1% 34,7% –

A 6 mesi la persistenza è allineata alla media degli studi osservazionali; a 12 e 24 mesi è nettamente più alta. Il registro svedese riguarda solo pazienti con scompenso a frazione di eiezione ridotta seguiti in centri dedicati. Nei trial randomizzati le sospensioni sono circa il 10–13% (DAPA-HF 10,5% con dapagliflozin contro 10,9% con placebo; DAPA-CKD 12,7% contro 14,4%), simili al placebo: il divario con la pratica reale non dipende dalla tollerabilità del farmaco.

I valori del registro svedese sono ricavati dalle sospensioni del 13,1% a 6 mesi e del 20,0% a 12 mesi.

Aderenza a confronto

Studio Popolazione Misura Aderenza primo anno
Questo studio (AFT Pisa) 476 nuovi utenti SGLT2 con un anno di osservazione MPR ≥ 0,80 60,1%
Hawley et al., Diabetes Care 2022 83.675 nuovi utenti ≥ 66 anni con diabete tipo 2, Medicare (USA) PDC ≥ 0,80 45%
Essien et al., JAMA Netw Open 2023 51.072 nuovi utenti con diabete e/o scompenso, USA PDC ≥ 0,80 a 12 mesi 73,1%

Il nostro 60% cade tra i due valori della letteratura. Le misure sono simili, ma le popolazioni no: il confronto è indicativo.

Fattori associati. Nella letteratura il sesso femminile si associa a minore aderenza (Hawley: −5,5 punti di PDC) e a più infezioni genitali (McGovern: HR 3,64). Il co-pagamento alto si associa a minore aderenza (Essien: OR 0,68). Le infezioni genitali precoci si associano a sospensione (McGovern: HR 1,48). Nel nostro studio le donne sono meno aderenti (55,2% contro 62,9%, p = 0,13), in linea con la letteratura ma non significativo.

5. Interpretazione

  1. Circa 4 pazienti su 10 non raggiungono l’aderenza al primo anno: è il dato più rilevante per la pratica.
  2. Lo scompenso è associato a maggiore aderenza, più chiaramente nel confronto diretto con i diabetici puri (OR 2,23 aggiustato).
  3. Parte dell’effetto passa dalla frequenza dei contatti, ma non tutta.
  4. Gli anziani aderiscono meno (OR 0,73–0,87 per decennio): tendenza coerente, non sempre significativa.
  5. Nei diabetici le interruzioni potrebbero dipendere in parte da eventi avversi genitali: ipotesi plausibile, non dimostrata.
  6. Circa 7 pazienti su 10 sono ancora in terapia a un anno e 6 su 10 a due anni, più della media real-world (59% e 35%).
  7. Un terzo delle interruzioni avviene nei primi 3 mesi, la finestra del calo iniziale dell’eGFR e delle prime micosi: è il periodo in cui un controllo programmato può evitare il maggior numero di sospensioni. L’analisi successiva mostra però che quasi due terzi di queste interruzioni riguardano pazienti che non tornano dopo la prima ricetta: il controllo programmato dopo il primo mese è il momento in cui si possono recuperare più pazienti.
  8. Un terzo di chi interrompe riprende la terapia: molte interruzioni sono pause, non abbandoni definitivi.
  9. Il diabete è il fattore più associato all’interruzione (HR 1,59); i pazienti con eGFR < 60 restano in terapia più a lungo (HR 0,71). Nella CKD la glifozina non viene sospesa più spesso, nonostante il calo iniziale atteso dell’eGFR.

Fonti

  1. Hawley CE, Lauffenburger JC, Paik JM, Wexler DJ, Kim SC, Patorno E. Diabetes Care. 2022;45(3):604–613. doi:10.2337/dc21-1676
  2. Essien UR, Singh B, Swabe G, et al. Association of prescription co-payment with adherence to GLP-1 receptor agonist and SGLT2 inhibitor therapies in patients with heart failure and diabetes. JAMA Netw Open. 2023;6(6):e2316290. doi:10.1001/jamanetworkopen.2023.16290
  3. McGovern AP, Hogg M, Shields BM, Sattar NA, Holman RR, Pearson ER, Hattersley AT, Jones AG, Dennis JM. Risk factors for genital infections in people initiating SGLT2 inhibitors and their impact on discontinuation. BMJ Open Diabetes Res Care. 2020;8(1):e001238.
  4. Stolfo et al., Eur J Heart Fail. 2023 (registro svedese HFrEF; citazione completa da verificare).
  5. Ofori-Asenso R et al. (meta-analisi sulla persistenza con SGLT2, gap ≥ 90 giorni; citazione completa da inserire).
  6. McMurray JJV et al. DAPA-HF. N Engl J Med. 2019;381:1995–2008 (da verificare).
  7. Heerspink HJL et al. DAPA-CKD. N Engl J Med. 2020;383:1436–1446 (da verificare).

I dati della letteratura sono tratti dai riassunti disponibili: verificare i testi completi prima della pubblicazione.

Aumento di rischio di cancro nello scompenso cardiaco e IMA?

Uno  studio su linee cellulari di topi prospetta un meccanismo che collega l’infarto miocardico (MI) e l’insufficienza cardiaca con un aumento dell’incidenza del cancro. Piccole vescicole extracellulari cardiache (sEVs), in particolare quelle derivate dalle cellule stromali mesenchimali cardiache (cMSC-sEVs), contribuirebbero al legame tra la disfunzione ventricolare sinistra post-MI (LVD) e il cancro.

Le sEVs provenienti da cuori post-MI e cMSCs e coltivate sono state testate per gli effetti proneoplastici su diverse linee di cellule tumorali, macrofagi e cellule endoteliali.

I cuori post-MI, in particolare le cMSCs, hanno prodotto più sEVs con carico proneoplastico rispetto ai cuori sani.
Gli effetti proneoplastici delle cMSC-sEVs sono correlati con i tumori del polmone e del colon più che con le cellule di melanoma e cancro al seno.

A  28 giorni, i topi con LVD post-MI hanno sviluppato tumori polmonari più grandi rispetto ai topi di controllo. Il trasferimento di cMSC-sEVs da cuori post-MI ha accelerato la crescita dei tumori polmonari.

Il trattamento con spironolattone riduce significativamente la crescita del tumore dopo un MI.

Caller T, et al.  Small Extracellular Vesicles From Infarcted and Failing Heart Accelerate Tumor Growth. Circulation. 2024 Mar 15. 

Un nuovo farmaco per l’ipertensione: lo zilebesiran

Lo zilebesiran è un nuovo farmaco che si candida al trattamento dell’ipertensione arteriosa e che appartiene agli RNA-interferenti.

Lo zilebesiran appartiene a una nuova classe di farmaci detti RNA-interferenti a cui appartiene anche l’inclisiran e di cui questa testata si è già occupata in alcune pillole precedenti [1,2]. In pratica si tratta di piccoli frammenti di RNA in grado di “silenziare” a livello epatico l’RNA messaggero riducendo la sintesi di determinate proteine. Per esempio l’inclisiran “silenzia” l’RNA messaggero necessario per la sintesi della proteina PCSK9 (proproteina convertasi subtilisina ketina di tipo 9) coinvolta nella degradazione dei recettori per le LDL presenti sulla superficie degli epatociti. Questo comporta una maggior captazione del colesterolo LDL e quindi una riduzione dei suoi livelli plasmatici.
Lo zilebesiran agisce, sempre a livello epatico, riducendo la sintesi dell’angiotensinogeno, una glicoproteina che – grazie all’enzima renina – viene convertito in angiotensina I che, a sua volta, per opera dell’enzima ACE (angiotensing converting enzyme) – prodotto in particolare dalle cellule endoteliali dei vasi sanguigni polmonari – viene trasformata in angiotensina II.
In uno studio di fase 1 pubblicato nel 2023 dal New England Journal of Medicine [3] sono stati reclutati 107 pazienti ipertesi (età: 18-65 anni) randomizzati a placebo oppure a zilebesiran (dosi crescenti da 10 a 800 mg in singola iniezione sottocutanea). Il follow-up dello studio è stato di 24 settimane. I partecipanti erano sottoposti a esame Holter/24 ore e se i valori pressori non erano controllati era possibile aggiungere altri farmaci antipertensivi. Questa costituiva la parte A dello studio.
Nella parte B è stato valutato l’effetto sulla pressione arteriosa di una dose fissa di 800 mg del farmaco in condizioni di basso o elevato introito di sale. Nella parte E, infine, è stato valutato l’effetto sulla pressione arteriosa tramite Holter/24 ore di 800 mg di zilebesiran associato a irbesartan.
Nella parte A dello studio si è evidenziato che una singola dose di zilebesiran ≥ 200 mg comportava una riduzione sia della pressione sistolica (> 10 mmHg) che della diastolica (> 5 mmHg) alla 8° settimana. Questi cambiamenti erano persistenti per tutto il ciclo circadiano e fino alla 24° settimana.
Nella parte B ed E dello studio si è visto che l’effetto dello zilebesiran risultava attenuato con una elevata introduzione di sale e aumentato con la somministrazione contemporanea di irbesartan.
Gli effetti collaterali più frequenti sono state lievi reazioni nel sito di iniezione mentre non si sono verificati casi di ipotensione, iperpotassiemia o peggioramento della funzionalità renale.
Dallo studio sono stati esclusi pazienti che avevano un’ipertensione secondaria, che soffrivano di ipotensione ortostatica, con diabete o pregressi eventi cardiovascolari.
Più recentemente sono stati pubblicati i risultati dello studio KARDIA-1, un trial di fase 2, in cui sono stati reclutati 394 pazienti affetti da ipertensione lieve o moderata [4]. La pressione sistolica media giornaliera andava da 135 a 160 mmHg. Dopo un washout dai farmaci antipertensivi assunti i partecipanti sono stati randomizzati a placebo oppure a zilebesiran secondo 4 regimi terapeutici (150, 300 o 600 mg per via sottocutanea una volta ogni 6 mesi oppure 300 mg una volta ogni 3 mesi). I partecipanti del gruppo controllo ricevevano una iniezione sottocutanea di placebo ogni 3 mesi.
Lo studio ha avuto una durata di 6 mesi.
Al 3° mesi la pressione era diminuita mediamente di 7,3 mmHg nel gruppo 150 mg ogni 6 mesi, di 10 mmHg nel gruppo trattato con un’iniezione di 300 mg ogni 3 mesi oppure ogni 6 mesi, di 8,9 mmHg nel ramo che aveva ricevuto 600 mg ogni 6 mesi e di 6,8 mmHg nel gruppo trattato con placebo.
Eventi avversi gravi al 6° mese si ebbero nel 3,6% del gruppo trattato con il farmaco rispetto al 6,7% del gruppo placebo.
Come si vede da questi due trial lo zilebesiran è efficace nel lungo periodo (fino a 6 mesi), ha un effetto che si mantiene sia di giorno che di notte e può contribuire a favorire la compliance al trattamento antipertensivo bastando una sola iniezione sottocutanea ogni 3-6 mesi.
Si tratta quindi di un’opportunità promettente, ma per il momento gli studi hanno arruolato una casistica limitata, sono stati esclusi pazienti con ipertensione grave, con diabete, con pregressi eventi cardiovascolari e gli anziani. Inoltre gli endpoint valutati sono di tipo surrogato (effetto sui valori pressori) e il follow-up è stato breve. Studi futuri su casistica più numerosa e con durata prolungata potranno valutare l’efficacia del farmaco su endpoint clinicamente rilevanti e chiarirne il profilo di sicurezza.

Bibliografia

1. http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8144

2. http://www.pillole.org/public/aspnuke/news.asp?id=8148

3. Desai AS, Webb DJ, Taubel J et al. Zilebesiran, an RNA Interference therapeutic agent for hypertension. N Engl J Med. 2023; 389:228-38.

4. Bakris GL, Saxena M, Gupta A, et al. RNA Interference With Zilebesiran for Mild to Moderate Hypertension: The KARDIA-1 Randomized Clinical Trial. JAMA. 2024 Feb 16:e240728. doi: 10.1001/jama.2024.0728.

DOAC vs warfarin nella trombosi cerebrale

In un ampio studio retrospettivo su pazienti affetti da trombosi cerebrale la terapia con anticoagulanti diretti (in prevalenza apixaban) è risultata efficace quanto quella con warfarin ma più sicura sulle emorragie maggiori.

Scopo della terapia anticoagulante nei pazienti con trombosi cerebrale è quello di evitare progressioni e recidive che possono provocare gravi conseguenze sia in termini di morbilità che di mortalità e di favorire la ricanalizzazione della trombosi per evitare l’ipertensione endocranica e le sue conseguenze quali papilledema, perdita della vista e fistole arterovenose della dura. Precedenti studi effettuati su un numero limitato di pazienti hanno mostrato che la terapia con anticoagulanti orali è efficace quanto quella con il warfarin nel trattamento della trombosi venosa cerebrale con un minor rischio di insorgenza di eventi avversi. Il presente studio retrospettivo ha considerato un ampio numero di soggetti affetti da trombosi venosa cerebrale che sono stati trattati con nuovi anticoagulanti orali (n 279) (in larga prevalenza apixaban, 66%), con warfarin (n 438) o con entrambi i farmaci (n 128). Il tempo mediano dalla diagnosi alla prima valutazione radiologica è stato di 102 giorni (49-180).

Durante un follow-up mediano di 345 giorni (interquartile range, 140–720), sono state osservate 46 recidive di trombosi  (17 trombosi venose periferiche, 27  centrali CVT, 2  sia periferiche che centrali. Sono state inoltre osservate 32 emorragie maggiori (23 intracranianiche [19 sintomatiche e 4 asintomatiche] e 9 emorragie extracraniche), e 1.84 morti per 100 pazienti anno. tra i 525 pazienti che soddisfacevano i criteri per la valutazione della ricanalizzazione , 192 (36.6%) avevano avuto una ricanalizzazione completa, 253 (48.2%) parziale, e 80 (15.2%) nessuna ricanalizzazione. Non sono state osservate differenze significative per quanto concerne le recidive, la morte o la ricanalizzazione tra gruppo DOAC e gruppo warfarin. mentre è emersa una differenza statisticamente significativa in favore dei DOAC per quanto attiene alle emorragie maggiori (adjusted HR 0.35 (95% CL 0.15-0.82 p<0.002).

Pur con le limitazioni di uno studio retrospettivo, gli autori concludono che la terapia con DOAC è un alternativa ragionevole al warfarin nel trattamento dei pazienti con trombosi venosa cerebrale e che si associa ad un minor rischio di emorragie maggiori.

Riferimento bibliografico

Yaghi S. et al: Stroke. 2022;53:728–738

 

ASA efficace come eparina nella prevenzione del tromboembolismo da chirurgia ortopedica?

L’aspirina può essere un’alternativa all’eparina a basso peso molecolare nella tromboprofilassi nei pazienti con fratture agli arti trattati chirurgicamente sottoposti a intervento o con una frattura pelvica o acetabolare?

Lo studio PREVENT CLOT si è prefisso di rispondere a questo quesito arruolando 12211 pazienti che dovevano sottoporsi ad interventi di chirurgia ortopedica maggiore per eventi fratturativi agli arti inferiori o al bacino dei quali 6101 hanno ricevuto 81 mg di ASA due volte al giorno e 6110 30 mg di enoxaparina due volte al giorno. Lo studio è di non-inferiorità, randomizzato, controllato e multicentrico; condotto presso 21 centri in USA e Canada dal 2017 al 2021.

L’età media è stata di 44.6 (±17.8) anni e i pazienti sono risultati prevalentemente di sesso maschile (62.2%). Lo 0.7% aveva storia di tromboembolismo venoso e il 2.5% di patologia oncologica. Meno del 2% assumeva terapia ormonale. In media, i pazienti sono stati trattati per 8.8 giorni durante la degenza e hanno continuato il trattamento per 21 giorni dopo la dimissione.

Nell’analisi “intention to treat” per quanto riguarda l’endpoint primario, rappresentato dalla morte per qualsiasi causa a 90 giorni dall’intervento, è risultata di 47 pazienti (0.78%) nel gruppo ASA e 45 (0.73%) nel gruppo eparina.
Per quanto concerne gli endpoint secondari, la trombosi venosa profonda (non fatale) è risultata di 8 pazienti in più ogni 1.000 trattati nel gruppo ASA [151 (2.51%) ASA vs 103 (1.71%) eparina; differenza=0.80%, da 0.28 a 1.31)] e l’ incidenza di embolia polmonare (non fatale) è stata di 1.49% in entrambi i gruppi.

Anche per la morte per embolia polmonare non ci sono state differenze statisticamente significative tra i due gruppi [4 (0.07%) ASA vs 5 (0.08%) eparina; differenza=-0.02%, da -0.12 a 0.08)]
I sanguinamenti sono risultati 6 in meno ogni 1.000 trattati con ASA [834 (13.72%) ASA vs 869 (14.27%) eparina; differenza=-0.54%; da -1.78 a 0.69].

Gli autori concludono che nella prevenzione della morte per qualsiasi causa a 90 giorni, la tromboprofilassi con aspirina si è dimostrata non inferiore rispetto a quella con eparina a basso peso molecolare nei pazienti che presentavano un trauma di natura ortopedica. Inoltre, si è osservato un rischio simile di embolia polmonare tra i gruppi, così come nessuna differenza è stata riscontrata nell’ incidenza di sanguinamenti tra coloro che avevano assunto aspirina o eparina a basso peso molecolare.

Referenza bibliografica

  1. Major Extremity Trauma Research Consortium (METRC):  Aspirin or Low-Molecular-Weight Heparin for Thromboprophylaxis after a Fracture. N Engl J Med 2023; 388:203-13. DOI: 10.1056/NEJMoa2205973